Micaela Terzi, professione startupper seriale

Oggi vi presento Micaela Terzi, startupper seriale. Secondo voi sua mamma come l’ha presa quando ha deciso di diventare imprenditore?
Dai diciamolo, ognuno di noi spera che i figli facciano le scelte giuste, a volte le nostre, a volte quelle che non abbiamo avuto il coraggio di fare. Le aspettative ci sono anche se ora siamo convinti che l’importante è che si sentano realizzati. 

Micaela è una donna con una carriera molto dinamica e un forte carisma. Prima era introversa ora è un’introversa che parla in pubblico e si è messa sempre in gioco per raggiungere i suoi traguardi. Ha lavorato sulle sue debolezze e spinta dalla sua grande passione, ce l’ha messa tutta.

Nel suo corso “Mamma, da grande voglio fare la startupper” presso l’ Accademia della Felicità di Milano, aiuta le persone a dare forma alle idee e a trovare il giusto modo per realizzarle.

Micaela TerziLe reazioni di tua mamma quando hai cominciato a occuparti di startup?

Soprattutto durante gli anni del liceo, mia mamma ha sempre contestato ogni scelta che facessi, diceva che non prendevo voti abbastanza alti e che passavo troppo poco tempo in oratorio. Non proprio l’insegnamento che si riserva ai futuri imprenditori.
Durante il liceo ho sempre rischiato di avere matematica a settembre, ma ogni anno andava bene, semplicemente perché il prof era sempre diverso e alla fine dell’anno si faceva media con le altre materie. Se mi avesse conosciuto per più di anno forse sarebbe andata diversamente, ma tant’è.

Morale, mia mamma, a chiunque gli chiedesse come andavo rispondeva “rischia la matematica”.
Anni dopo la frase standard è diventata “Micaela si occupa di comunicazione” per descrivere un lavoro che io non sono mai bene riuscita a spiegarle e lei a capire. Del resto non ne abbiamo mai parlato un granché, siamo fatti così. Ma quando hanno cominciato a fermarla per strada per dirle che avevano letto di me sul giornale ha capito che la strada che avevo intrapreso forse non era così “sballata”, che forse era anzi quella giusta per me, anche se non la capiva.

Dal suo punto di vista di maestra, con il posto fisso e la pensione assicurata, mi ha sempre insegnato che non si compra niente a rate, che se non hai soldi, vuol dire che non te lo puoi permettere, e che se hai i soldi in banca puoi fare qualcosa, altrimenti no.
Insomma per lei era tutto molto lontano, l’idea dell’imprenditore era proprio fuori dalle sue corde. E invece poi…
Uno dei due figli le è riuscito bene – ed è infatti il più ricco di famiglia, l’altra no, ma va bene così.
In realtà, nonostante questa sua diversa visione, non mi ha mai ostacolato, ma evidentemente si è fidata di me, e mi ha sempre incoraggiata.

Mio padre, d’altro canto, apprezza molto quello che faccio perché in fondo ho fatto quello che lui non ha mai avuto il coraggio di fare, ossia l’imprenditore, nonostante in molti l’avessero incoraggiato.
È da lui infatti che vado quando ho i miei momenti no e la vita da imprenditore mi stressa, ed è lui che mi ha detto di recente che “non ha problemi e non sbaglia solo chi non fa nulla”, un mantra che mi ripeto spesso di questi tempi.
Per concludere mio fratello, quello più deluso di tutti al momento perché il suo sogno nel cassetto era diventare il mio autista una volta diventata una grande imprenditrice, ma ancora non sono a livelli tali da potermelo permettere. Però dai, confido che il sogno sia solo rimandato.

Cosa ne pensa adesso che sei diventata una startupper seriale?

Continua a non capire cosa faccio per vivere, ma continua ad apprezzarmi. Entrambi i miei genitori mi hanno detto che gli ho mostrato una diversa visione delle cose: mio padre quando gli ho detto che avrei frequentato il Master in coaching ha pensato che fosse una delle mie solite idee sballate, invece poi mi ha riconosciuto la mia lungimiranza, la mia capacità di vedere al di là del futuro prossimo. E questa è una bella spinta a fare bene e a superare la paura di deludere i nostri genitori e tutte le altre persone che ci vogliono bene, che è una paura che ci portiamo dietro un po’ tutti. Sapere invece di avere chi fa il tifo per te è una gran bella cosa, e anche un bel paracadute.

Quanto conta la motivazione? Bisogna fare scelte coraggiose?

Non è che fossi proprio consapevole di voler fare/fare una scelta coraggiosa, semplicemente ho voluto seguire quel che volevo fare, quel che più era in linea con me e inseguendo qualcosa che avevo dentro. Quello che mi sento di dire adesso che ho un po’ più di esperienza è che devi essere consapevole che farai un sacco di cose che non ti piaceranno, ma sulla bilancia i vantaggi saranno sempre maggiori delle noie, delle cose sgradevoli.
Tipo: tenere la contabilità. Ti tocca, la fai. Certamente non è mai stata la mia vocazione. Ma ho dovuto metterci la testa, per amore delle mie start up. É stato divertente? Certo che no.
Ma se vuoi davvero raggiungere un obiettivo, devi sapere che ci saranno anche cose noiose che ti toccherà fare, e anche tante cose che ti spaventano, e che, brrr, devo proprio farla? Se hai la motivazione giusta ci riesci perché l’obiettivo che vuoi raggiungere è sempre lì, e tu non vuoi altro che raggiungerlo.
Si superano i propri limiti, certo, si fa fatica. Ma si cresce.E adesso me la faccio ancora sotto parecchio, ma la paura non è indice del fatto che non lo farò, anzi: più grande è la paura più è probabile che lo faccia, che mi ci butti a capofitto.

Ma le startup sono solo quelle tecnologiche, fatte di nerd?

Ma no… quelle sono solo le più famose e quelle per cui ci sono tanti finanziamenti di questi tempi, ma startup per me è qualsiasi progetto in fase embrionale, anche il singolo che apre la partita iva e si lancia nell’avventura: sono tutti uguali ai nastri di partenza, tutti cercano di capire “come si fa” e brancolano nel buio, e la motivazione, in questi casi, fa la differenza.

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